Intervista al Professor GIAN LUIGI BECCARIA
Docente di Storia della Lingua Italiana all’Università degli Studi di Torino, ospite del Collegio Einaudi dal 1954 al 1957.

Perché ha scelto di risiedere presso il Collegio Universitario durante i suoi studi all’università?
I miei genitori non avrebbero potuto mantenermi agli studi a Torino. Vivevo in provincia, a Mondovì, non possedevo un’automobile, il treno non era così comodo. Non avrei potuto frequentare le lezioni.

Il Collegio ha influenzato la sua vita universitaria? Se sì, in che modo?
È stato fondamentale. Io ero iscritto a Lettere, ma in Collegio, oltre ai letterati, frequentavo soprattutto amici che studiavano fisica, chimica, medicina, legge, il Politecnico. Venivano da Licei molto seri, avevano una grande cultura umanistica, con loro si parlava di scienze magari, ma soprattutto di letteratura. Ho imparato moltissimo da loro. Ho conosciuto chimici, medici che avrebbero potuto essere degli ottimi filologi.

Cosa ricorda con maggior piacere/dispiacere?
Con maggior piacere ricordo la leggerezza e la felicità con cui si rideva a mettere insieme un’infinità di scherzi tra compagni, giochi d’intelligenza più che goliardici. Eravamo giovani, abbiamo riso tanto per davvero. Quando ci incontriamo adesso, c’è sempre qualcuno che attacca: «Ti ricordi quella volta…».

I rapporti di amicizia consolidatisi durante gli anni del Collegio si sono protratti nel tempo e le sono stati di supporto nella sua carriera professionale?
I rapporti di amicizia consolidatisi al tempo del Collegio si sono protratti nel tempo. Molti compagni di allora sono diventati presto colleghi d’Università, da Claudio Magris a Massimo Salvadori e tanti altri, e l’amicizia ancora perdura, intatta.

Cosa amava fare nel tempo libero e quali attività extra universitarie svolgeva?
Nel tempo libero si andava a passeggiare al Valentino, a due passi dal Collegio, si organizzavano a volte gite in montagna, settimane bianche indimenticabili, giri in collina, con una Lambretta scassatissima di cui ben in quattordici erano coloro che avevano diritto di usare. Ricordo anche uno scambio tra il Collegio nostro e il san Jorge di Barcellona: fu un viaggio memorabile nella Spagna di allora.

Si andava moltissimo al cinema, a teatro, ai concerti. Squattrinati come eravamo, talvolta ci si faceva ingaggiare come claque a teatro per risparmiare il biglietto.

Il Collegio 40 anni fa: come erano organizzate le attività e la vita interna (separazione M/F, rientri, mensa, ecc.)?
C’era rigidissima separazione tra maschi efemmine. Le nostre compagne erano al Collegio femminile di Via Maria Vittoria. Dal Collegio si poteva uscire la sera, ma si doveva rientrare a mezzanotte. Ricordo di un amico del Poli che per riuscire si calò con le lenzuola dalla finestra, cadde, e si ruppe una gamba.

Cosa ha provato quando ha dovuto lasciare il Collegio?
Quando ho lasciato il Collegio, sapevo che le amicizie coltivate allora sarebbero state un riferimento stabile per la mia vita. Ma soprattutto pensavo a che dovevo in qualche modo trovare subito un lavoro.

Già il Collegio mi aveva aiutato. Ricordo che proprio alla Direzione del Collegio si erano rivolti perché volevano un supplente al Liceo Alfieri, ed io laureando cominciai ad insegnare, un anno intero. Quelli di terza erano quasi miei coetanei. Fu un anno molto bello. E poi mi davo delle arie coi miei amici di Collegio, avevo già uno stipendio, il primo…

Consiglierebbe ad uno studente la vita di Collegio?
Augurerei ai giovani la vita di Collegio, perché il contatto stretto con amici intelligenti, pieni di interessi, le letture, le discussioni… erano uno stimolo continuo. Discussioni di ogni tipo (allora si era anche più politicamente impegnati di oggi), che si prolungavano nella camera dell’ospitante, fino alle ore piccole.

In conclusione le chiediamo di rivolgere un augurio agli studenti universitari di oggi, anche alla luce dei cambiamenti intervenuti in quest’ultimi anni nel sistema universitario italiano.
A volte non sono troppo ottimista sul futuro dell’Università. Di recente ho scritto in parte, e curato nel complesso, un libro molto polemico sull’Università in Italia oggi, dopo le riforme, e i tagli su ricerca ecc., riforme che non promettono nulla di buono. Consiglio di leggerlo (si intitola Tre più due uguale zero) perché vi è contenuto l’augurio che lei mi chiede: troverà in quelle pagine una esortazione fondamentalmente alla ricerca, all’impegno, allo studio, alla lettura, perché con la scuola e nella scuola maturi uno spirito critico, l’educazione alla libertà e alla pluralità, a quella tolleranza di cui oggi abbiamo particolarmente bisogno.