«Partiamo dalla buona educazione, cioè mi presento: mi chiamo Alice e nella vita sono ricercatore universitario in Lingua e Letteratura Latina. Mio marito si chiama Enrico ed è un ingegnere civile. Ci siamo conosciuti in Collegio!
Entrambi eravamo ospiti della sezione Mole: Enrico è anche stato rappresentante degli studenti (così giovane e già così facinoroso…). Siamo stati per lungo tempo amici, peraltro compagni di turno di portineria la domenica. A me stava anche vagamente antipatico, ma successivamente sono tornata sulle mie posizioni e così eccoci qui. Dopo tantissimi anni insieme (oltre i 10, dicono) nel giugno scorso ci siamo sposati nel mio paese d’origine, Arguello, in mezzo alle Langhe. Oggi viviamo (per lo più) a Torino insieme con la vera star della casa, il nostro gatto Sputnik.a, Alice »

La storia in pillole

Personalmente devo moltissimo agli anni di Collegio. Quando sono entrata, goffa studentessa di Lettere Classiche, come tanti facevo parte di una categoria tassonomica ben nota in collegio: i cuneesi. Quegli strani animali che arrivano il lunedì con un borsone che non svuotano mai, una sorta di guscio che già al venerdì (…se non al giovedì…) si trascinano dietro a lezione, in modo da potersi fiondare sul treno il prima possibile. Quella bizzarra specie di uccelli migratori che durante la sessione migrano non al caldo, ma al freddo delle loro case della Provincia Granda …e chi li vede più.
Il Collegio mi ha fatto mettere il borsone sotto il letto, nell’angolo delle cose impolverate che non si usano tanto spesso. Il Collegio mi ha fatto dimenticare il treno, mi ha fatto segnalare dai miei a “Chi l’ha visto”.
Il Collegio mi ha fatto crescere, mi ha fatto sperimentare nuove strade, coltivare nuovi sogni. Ho sempre desiderato fare carriera universitaria, ma era forse più un vagheggiamento al pari de “voglio fare l’astronauta” del bambino, che non un piano. Il Collegio e le possibilità di crescita che mi sono state offerte mi hanno fatto passare dal sussurrare “ho un sogno” al dire con un po’ di orgoglio “ho un piano”. E questo non è frequentissimo nelle discipline umanistiche, dove spesso vige ancora un certo mistero sulla strada post-laurea da percorrere per chi voglia dedicarsi alla carriera accademica: noi “giovani” ci stiamo spendendo in questo senso, ma c’è ancora parecchio da fare.
I miei studi prima e le mie ricerche poi mi hanno portato a vivere in quattro stati diversi e se ciascuna di queste esperienze è stata fruttuosa e arricchente non solo da un punto di vista professionale, ma anche umano, in qualche modo lo devo anche all’allenamento alla condivisione e alla sperimentazione fatto in Collegio. Il Collegio mi ha insegnato a dire “io non ho paura”. Io non ho paura di attaccare bottone con degli sconosciuti in cucina, io non ho paura di farfugliare le mie idee sul mondo e sulla vita in una lingua straniera, io non ho paura di bussare al vicino di stanza e chiedere aiuto, io non ho paura di chiedere a quella persona che da giorni vedo un po’ giù se ci sia qualcosa che non va. Io non ho paura di lasciare la mia comfort-zone, di abbattere le barriere mentali che mi chiudono, di guardare altro e altrove, sempre con la consapevolezza che, come diceva Pavese “il paese è quella cosa che, anche quando non ci sei, resta ad aspettarti”.
E questo vale sempre, ieri e oggi: ho trascorso i mesi invernali a Monaco con una fellowship destinata a ricercatori di ruolo, cioè tutti adulti, tutti professionisti, tutti seri e perfino troppo. Eppure una sera, al bizzarro invito di un collega che segnalava a tutto il team una rassegna di film drammatici russi sottotitolati in dialetto bavarese (?) l’Alice di 36 anni (cioè quella che aveva due tesi da correggere e quindi stava per dire “no, grazie”), per una volta è stata sostituita dall’Alice collegiale, quella che sa che c’è sempre qualcosa da imparare da un incontro, che esiste il tempo dello studio (oggi del lavoro), ma anche il tempo per lasciare la porta della camera aperta. Ho detto sì, e altri colleghi si sono accodati. Dopo qualche ora eravamo tutti seduti intorno a un tavolo, ciascuno col suo boccale di birra in mano, e dal commento del film si è arrivati a parlare del mondo, delle nostre paure, delle nostre difficoltà, ma anche di sogni, ambizioni e soddisfazioni. Proprio come accadeva in Collegio, il luogo che mi ha insegnato che in ogni incontro c’è sempre lo spazio per trovare qualcosa in comune e -allo stesso tempo – qualcosa di diverso, e in quella diversità nove volte su dieci si nasconde uno spunto per riflettere e per migliorarsi.
Mando un grandissimo abbraccio a tutti i collegiali di oggi e un augurio di buona (e strana) Pasqua, Alice »