Intervista al Professor CLAUDIO MAGRIS
Uno dei più notevoli saggisti contemporanei e dei più penetranti e geniali studiosi di letteratura mitteleuropea, erede della grande tradizione culturale triestina, è stato ospite del Collegio Einaudi, Sezione di Via Galliari, dal 1957 al 1961.

Professore, perché ha scelto di risiedere presso il Collegio Universitario durante i suoi studi all’università?
Non ho scelto il Collegio universitario (quello in cui ho abitato io è quello di via Bernardino Galiari); ho vinto il concorso per esservi ammesso, perché volevo studiare Lettere a Torino e mi sarebbe stato difficile, o meglio lo sarebbe stato per la mia famiglia, vivere a Torino a mie spese. A parte questo, mi sono trovato benissimo e il Collegio è diventato per quattro anni il mio mondo e lo è rimasto.

Il Collegio ha influenzato la sua vita universitaria? Se si, in che modo?
Sì, penso che il Collegio abbia influenzato la mia vita universitaria. Anzitutto la varietà degli amici incontrati, molti dei quali frequentavano facoltà assai diverse, di cui altrimenti avrei avuto poca notizia e della cui problematica invece sono venuto a conoscenza grazie a loro, nelle sere e nelle chiacchierate e nella assidua frequentazione. Inoltre, per me il Collegio è stato fondamentale per farmi capire, farmi direi vivere concretamente i nessi tra vita universitaria e la vita familiare d'origine, nessi diversi a seconda della provenienza dei vari studenti ma che davano il senso di quello che era, allora, l'università e la vita universitaria, non solo sul piano strettamente accademico degli studi, ma come atmosfera in generale.

Cosa ricorda con maggior piacere degli anni passati in Collegio?
Naturalmente ricordo le esperienze di Torino, le amicizie, le esperienze veramente fondanti, l'incontro per me essenziale con Torino, che il Collegio mi ha permesso. Io venivo da Trieste e Trieste era la cultura del disincanto, del disagio della Storia; una città dal grande passato in qualche modo dimenticata, ai margini, che per molti anni, nel secondo dopoguerra, era stata una specie di terra di nessuno, nell'incertezza totale del futuro, incertezza ancora più forte in quegli anni della guerra fredda in cui l'appartenenza all'Italia o alla Iugoslavia significava anche, almeno nei primi anni, l'appartenenza all'Occidente e al mondo di Stalin.

Torino era veramente la grande cultura della Storia, dell'impegno, rispetto alla cultura triestina del disagio della Storia. In quegli anni Torino era ancora “la città moderna della penisola”, come l'aveva definita Gramsci molto tempo prima; viveva a fondo le trasformazioni sociali che investivano l'Italia e il loro significato politico-culturale, costringeva a tenere gli occhi aperti sulla realtà. Torino è stata un'esperienza fondamentale; certamente senza Torino non sarei cresciuto.

A Torino ho imparato la libertà, ho imparato a pensare, ho imparato pure ad avere un rapporto intenso ma libero con Trieste. Credo veramente che, senza l'esperienza torinese, non avrei scritto.

Torino in quegli anni era un po' l'opposto di Trieste. Trieste declinava, Torino tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta raddoppiava la sua popolazione, diventando un centro pulsante, nel bene e nel male, di quello che accadeva nella vita del Paese. Era una città che costringeva a stare al passo con la Storia; correggeva il disincanto e la libertà zingaresca e sonnacchiosa di Trieste. E a Torino, in un fervore che intrecciava e intreccia lavoro e amicizia, è nata e sussiste una buona parte della rete degli affetti che costituisce ancora oggi la mia vita. A Torino è nato il mio primo libro, Il mito absburgico, un libro che ho scritto, tra i venti e i ventitré anni, anche o soprattutto al Collegio. Un libro che, appena finito, ho letto, proprio al Collegio, in un giorno intero, a Massimo Salvadori; ricordo quella giornata quasi ebbra di parole, in cui ci spostavamo dal Collegio a un bar e poi di nuovo al Collegio e poi di nuovo a un bar, mentre io gli leggevo le mie pagine e lui le ascoltava, con affetto e severità. Un paio di anni prima, era successo qualcosa di analogo, con il suo Mito del buon governo.

Il Collegio è stato per così dire la cellula fondamentale di questa mia esperienza torinese e piemontese, di questa scoperta, per me, di un'altra Italia.

I rapporti di amicizia consolidatisi durante quegli anni si sono protratti nel tempo e le sono stati di supporto nella sua carriera professionale?
Certo, al Collegio sono nati e rimasti rapporti di amicizia che sono ancora adesso legami essenziali, costitutivi della mia vita. Penso ad amici, di allora e ancor più di oggi (amici che vedo spesso, cui da Trieste telefono molto spesso, con i quali facciamo e progettiamo tante cose insieme) quali Massimo Salvadori, Gianluigi Beccaria, anche Giuseppe Recuperati; penso al mio grande amico Franco Torcellan che ho conosciuto proprio al Collegio, così immaturamente scomparso.

Questi rapporti mi sono stati certo di supporto alla mia carriera professionale; non nel senso di quelle conoscenze che, con dei legami non necessariamente di clan ma di affetto, favoriscono, magari talora anche ingiustamente, la cosiddetta carriera. Ma quei rapporti di amicizia si sono tradotti in tante iniziative comuni; in quegli anni e negli anni immediatamente successivi, con quegli stessi amici, abbiamo intrapreso iniziative comuni, abbiamo fondato riviste e fatto tante altre cose; molti di quegli amici, che ho conosciuto quali compagni di università, sono stati anche miei colleghi professori all'università, quando sono diventato prima assistente e poi professore ordinario di Letteratura Tedesca nella facoltà di Lettere. Una rete fondamentale, non tanto professionale ma vitale e affettiva e, in questo senso, anche, ma indirettamente, professionale.

Cosa amava fare nel tempo libero e quali attività extra universitarie svolgeva?
Non so bene rispondere a questa domanda perché non ho mai capito che cosa si intenda per “tempo libero”, parola che fa venire in mente il cosiddetto e per me stupido hobby. Nel tempo libero, ossia non sacrificato allo studio, al lavoro, a qualcosa da fare entro tempi stretti e così via, uno fa quello che gli sta a cuore; quindi, chiacchierare con gli amici, leggere quello che gli pare, andare a spasso, in caffè o in birreria, giocare a carte, fare gite, andare al cinema (durante gli anni del Collegio, andavo quasi sempre ogni sera al Museo del Cinema, dove ho visto i grandi capolavori classici del cinema. Poi tornavo al Collegio e studiavo fino a notte tarda.

Cosa ha provato quando ha dovuto lasciare il Collegio?
Non ho provato malinconia perché sentivo che in qualche modo non lo lasciavo, lasciavo sì il Collegio, ma non quello che il Collegio significava, ossia quegli affetti, quell'amicizia e quei legami nati anche o soprattutto in Collegio.

Consiglierebbe ad uno studente la vita di Collegio?
Certo, glielo consiglierei assolutamente; si imparano a conoscere persone diverse da noi, provenienti da diversi ambienti sociali, con un'altra formazione, con altri pregi e difetti, con altri pregiudizi e ideali e così via. S'impara a conoscere e ad amare la varietà del mondo; si esce dalla endogamia, sempre asfittica.

In chiusura le chiediamo di dare un consiglio ai giovani studenti che stanno per iniziare un percorso di studi universitari.
Non saprei proprio quale consiglio dare a uno studente che entra in questa università alquanto sconcertante, per usare un eufemismo. Ecco, gli consiglierei di resistere alla mania dei moduli, dei crediti, dei programmi che fissano il numero massimo di pagine da leggere per un esame; gli consiglierei di non considerare l'università come una specie di ente di assistenza che dà tutto e oltre la quale non c'è da fare nulla, ma di fare ricerche e letture per conto proprio, anche errabonde, zingaresche. Gli consiglierei di liberarsi dalla mania dei crediti ossia dalla stolta pretesa di vedere immediatamente quantificata, ripagata e monetizzata qualsiasi attività, come se dovessimo venire immediatamente ricompensati per la lettura di un bel libro, ricevere punti o crediti o non so cosa per aver letto un libro o magari visto un film. Sto andando in pensione, fra un mese, con sette anni di anticipo e dopo quarantasette anni di servizio, e confesso che non so bene cosa sia un credito.