Intervista al Professor VALENTINO CASTELLANI
Già Sindaco della Città di Torino e Presidente del TOROC, il comitato organizzatore dei XX Giochi olimpici invernali; ospite del Collegio Einaudi dal 1954 al 1957.

Professore, come avveniva l’ammissione?
Il Collegio, come adesso, pubblicava un bando di concorso, ma al tempo, per essere ammessi, bisognava sostenere un esame differenziato a seconda della Facoltà di appartenenza, superando tutte le prove si accedeva al posto di studio gratuito.
Io ricordo di aver fatto un esame di matematica, fisica, chimica e un tema di italiano.
Del bando venni a conoscenza a Udine durante il mio ultimo anno di liceo, grazie a due ragazzi ospiti del Collegio venuti a trovare il Preside della mia scuola, che in passato era stata anche la loro, per salutarlo e parlargli del bando del Collegio Einaudi.
Ricordo che quel giorno fui preso dal panico perché il Preside mi aveva mandato a chiamare durante la lezione, temevo di aver fatto qualcosa di sbagliato, non immaginavo che invece volesse propormi di fare domanda al Collegio sapendo che il mio desiderio era quello di iscrivermi al Politecnico di Torino.
Fu così che feci domanda di ammissione al Collegio Einaudi, risultai secondo al concorso, e vinsi la borsa di studio per il posto gratuito. Per mantenerlo, però, dovevamo dare tutti gli esami dell’anno entro l’autunno, senza usufruire della sessione straordinaria e ottenere la media del 27, infatti il primo anno abbiamo usufruito del posto gratuito in 5 studenti mentre soltanto io l’ho mantenuto fino alla alla fine del corso di studi.

In quale sezione risiedeva?
In c.so Lione 24, nel ‘58, il primo anno di vita della residenza e l’anno in cui si era stata inaugurata la nuova sede del Politecnico.
Al terzo anno mi sono trasferito in Via Bobbio 3, nella sede che fu costruita per gli studenti del triennio. Poi ho fatto una anno in via Galliari, dal novembre del ’64 fino all’estate del ’65, perché il Prof. Einaudi mi aveva chiesto di fare il vice direttore del Collegio in via Galliari.
Il vice direttore aveva compiti di disciplina e controllava che ci fosse buon ordine. Insomma ero passato dall’altra parte. All’epoca facevo l’assistente volontario con una borsa di studio presso il Politecnico di Torino e non percepivo uno stipendio molto alto, erano circa 110.000 lire al mese, quindi avere vitto e alloggio più un modesto compenso per il lavoro da vice direttore della sezione, era per me di grande aiuto.
Una delle cose più gustose che ricordo di quell’anno in Via Galliari – sorride – è un’estate in cui gli studenti si divertivano a fare i gavettoni d’acqua dalle finestre del Collegio, per cui più di una volta ho dovuto ricevere delegazioni di persone che protestavano.
Nel luglio di quell’anno mi sono sposato e sono andato negli Stati Uniti, quindi la mia esperienza del Collegio è finita nella memoria.

Ha detto di aver conosciuto il Prof. Einaudi, ci può raccontare qualcosa di lui?
Il professore Einaudi era una persona straordinaria, ho una grande riconoscenza verso di lui
: la sua opera, il suo lavoro, hanno permesso a tanti ragazzi e ragazze come me che, pur non essendo poveri avevano comunque bisogno di un aiuto economico, di studiare in una città diversa da quella natìa.
L’ho conosciuto in primo luogo come Professore perché lui insegnava Meccanica Razionale al Politecnico, al II anno, ed era un bravissimo docente, davvero di grande livello ed anche molto esigente, ma altrettanto disponibile.
Uno dei più grandi professori che io abbia avuto.
Ma era capace anche come direttore.
All’interno del Collegio c’erano i comitati studenteschi, composti da cinque o sei persone elette dagli studenti ospiti, che si occupavano di organizzare attività culturali, ma anche di tenere i rapporti con il direttore per discutere di temi importanti quali, ad esempio, l’alimentazione e quindi il cibo fornito dalla mensa del Collegio.
Io mi sono sempre occupato delle attività culturali.
Noi, in qualità di rappresentanti degli studenti, avevamo contatti frequenti con il direttore con cui si discutevano due tematiche importanti: la mensa e la qualità della vita in Collegio; ricordo – sorride – che si facevano accordi sulle quantità di cibo e insieme si pesava la carne per verificare che ci fosse stata fornita realmente la quantità pattuita.
Per ascoltare le nostre richieste e discuterne, spesso il Prof. Einaudi ci ospitava a casa sua oppure parlavamo nel tragitto per andare alla stazione Porta Nuova, dove si recava una volta alla settimana per prendere il treno per andare Roma; ricordo che prendeva posto in terza classe, dove ancora esistevano i sedili di legno!
Lui andava a Roma per trattare in favore del Collegio tramite un lavoro continuo di relazioni pubbliche: il Collegio Universitario era la sua missione.
Credo, col senno di poi, che l’esperienza di vita che la mia generazione ha vissuto con questi grandi maestri, sia davvero impagabile. Senza dircelo, Einaudi ci ha trasmesso il rigore, la passione per lo studio, l’onestà intellettuale.
Persone che adesso suonano come i mobili antichi, hanno dato un grande esempio e permesso alla mia generazione di crescere con grandi valori
.

Com’era Torino durante il suo periodo universitario?
La vita della città era il dormitorio della Fiat, il ‘58 era l’inizio del boom economico, che sarebbe poi esploso agli inizi degli anni 60, Torino era una città che nel 1961 aveva celebrato il centenario dell’Unità d’Italia, aveva 1 milione di abitanti ed era il modello compiuto della one-company-town organizzata in funzione della fabbrica.
Torino era una città-fabbrica, quel modello che poi sarebbe andato in crisi totale alla fine degli anni 80. Era una città in grande trasformazione di grande sviluppo, insomma Italia 61 è stata un’apoteosi, un trionfo.
Io ho un ricordo splendido di quegli anni, erano gli anni in cui si riempivano i teatri con le conferenze di Bobbio e di Galante Garrone, erano gli anni della scoperta dei grandi temi sociali, anni straordinari. Andavamo al cinema la sera, poi accompagnavano le ragazze al Collego di via Maria Vittoria, poi, siccome il Collegio chiudeva alle 00.40, si doveva correre fino in c.so Lione, arrivando col fiatone, magari alle 00.41, con il custode che stava chiudendo e noi a chiedere che il ritardo ci venisse perdonato.
Qualche volta – sorride - a qualcuno è capitato di andare a dormire su una panchina perché rientrato troppo oltre l’orario di chiusura.
La cosa piu interessante di quegli anni era l’esperienza Olivetti, lì si organizzava un vero e proprio laboratorio culturale.
Io non ho rimpianti, in quel contesto ho vissuto un periodo bellissimo, anche tutte le limitazioni che i giovani oggi non hanno, non sono state un disagio per noi.
Ad esempio, il Maria vittoria, all’epoca Collegio Femminile, a noi sembrava l’harem negato, un Collegio pieno di ragazze, nel quale non si poteva entrare, aveva il fascino della proibizione
.

Com’era la vita di Collegio, qual era la provenienza degli studenti?
Io ero in un Collegio di soli ingegneri. Le ragazze ad ingegneria erano rarissime, nel mio corso eravamo forse 200 e mi pare ci fosse una ragazza soltanto, ma le più belle erano qua (Via Maria Vittoria). Ride.
Ricordo nella mia sezione dei gruppi di pugliesi, siciliani e sardi, ma in verità c’erano studenti provenienti da tutta Italia, di questi gruppi ho un ricordo forte, e conservo dei contatti ancora adesso.
C’era molto legame, molto spirito di corpo fra tutti, anche se Torino è sempre stata una città piuttosto impermeabile da questo punto di vista, io avevo dei buoni amici del corso di laurea che erano di Torino, ma ricordo di essere andato a casa di questi ragazzi soltanto quando frequentavo il IV anno, dopo ben tre anni che ci conoscevamo, ammetto che Torino fosse un po’ diffidente in quegli anni.
In Collegio eravamo un’isola felice, io ricordo un bel clima, spesso di festa.

In che modo la vita di Collegio ha influenzato quella universitaria?
Io credo che ne fosse parte integrante, era un modo di essere per me, anche perché in Collegio noi avevamo due vantaggi rispetto a chi stava fuori: il primo era quello di avere contatti con i ragazzi che erano più avanti di noi negli studi, è risaputo, infatti, che la fonte di informazione più affidabile siano i compagni, quelli più grandi che hanno maggiore esperienza, in Collegio c’erano ragazzi molto capaci nello studio che erano dei tutors naturali, perché nascevano da rapporti d’amicizia, non erano delle figure formali, erano dei fratelli maggiori.
Il secondo vantaggio era che si facevano attività aggiuntive ai programmi accademici: il prof. Einaudi aveva l’idea che il Collegio dovesse essere un posto per una nicchia d’eccellenza, per questo in Collegio si facevano delle conferenze aggiuntive di materie scientifiche, in questo senso noi avevamo uno stimolo in più rispetto a quelli che già il Politecnico ci forniva.
Gli svantaggi erano legati alla mancanza dei riferimenti famigliari.
Per cui ogni tanto quest’aria di reduci degli affetti veniva fuori, come in tutti i collegi.
C’erano gli scherzi, un po’ di cameratismo, ma erano scherzi piacevoli, non certo atti di nonnismo.
Avevamo uno spirito di clan molto marcato, c’era un certo orgoglio nell’essere parte del Collegio Universitario Einaudi, adesso non so se sia così, ma allora noi eravamo considerati dei privilegiati, anche perché il posto in Collegio ce lo si guadagnava con fatica e applicazione.

Cosa ricorda con maggior piacere degli anni passati in Collegio?
Il ricordo più intenso che io abbia della vita in Collegio è certamente riferito alle attività culturali: per me, che venivo da un ambiente di provincia, un pochino più chiuso, più strutturato rispetto ad una città come Torino, l’esperienza vissuta in Collegio grazie all’organizzazione e alla partecipazione ad attività culturali che si facevano con apertura anche sulla città, è stata una grande scuola di vita, un’occasione per riflettere sui grandi temi delle democrazia e della laicità.
Con divertimento ricordo anche gli scherzi, ne abbiamo fatti davvero tanti, il più divertente era la canaletta d’acqua fatta durante il pranzo, che andava sempre a finire ai danni dell’ultimo seduto al fondo del tavolo che inevitabilmente veniva bagnato.
Ma erano tutte cose innocenti, che adesso racconto ai miei nipotini che spesso mi chiedono di raccontar loro qualche episodio di vita in Collegio.

Cosa, invece, le è mancato di più?
Il momento più difficile era quando ci si ammalava, allora la differenza rispetto alla famiglia si percepiva fortemente, però non ho mai avuto sensazioni negative, io sono sempre stato bene.

Le amicizie nate in Collegio si sono protratte nel tempo e le sono state d’aiuto per la sua carriera professionale?
Non in senso stretto, è rimasta una rete di relazioni, alcune amicizie, altri buoni rapporti; ancora adesso quando incontro qualcuno che con me ha condiviso il Collegio, mi fermo a chiacchierare a lungo con piacere.

Vista la sua passata attività in qualità di sindaco di Torino, ci viene spontaneo chiederle, se mai si sia candidato a rappresentante gli studenti durante la sua permanenza in Collegio.
Sono stato almeno tre anni parte del consiglio studentesco, poi l’ultimo anno di università sono stato presidente del consiglio studentesco della sezione in cui risiedevo.
Mi occupavo delle attività culturali.

Come impegnava il suo tempo libero?
Mah, ne avevamo poco, però abbastanza, non ho mai avuto la sensazione di essere oppresso, perché lo studio mi piaceva, si lavorava almeno 8 ore al giorno, perché il mattino e, qualche volta anche al pomeriggio, si andava al Politecnico, poi si studiava un paio d’ore, era come se si andasse in ufficio, come una giornata di lavoro insomma. Nel periodo degli esami si studiava un po’ più a lungo, quindi il tempo libero era limitato alle serate e alla domenica, perché il sabato si andava ancora a lezione.
Io sono molto appassionato di musica e a Torino ho avuto la possibilità di andare a molti concerti, al tempo si andava all’auditorium della Rai.
Poi si andava spesso al cinema, si seguivano conferenze, si praticava un po’ di sport a livello amatoriale, si organizzava qualche gita… Un bel ricordo, di tutto ho un bel ricordo.

Cosa ha provato quando ha lasciato il Collegio?
Quando mi sono laureato nel novembre del ‘63 avevo preso un alloggio con degli amici e poi sono rientrato da vicedirettore.
Non è stato traumatico, perché in realtà sono abbastanza abituato a finire le cose nella mia vita, non so da che mi arrivi questa abitudine, ma quando una cosa è finita è finita, guardo avanti, Naturalmente conservo soprattutto le cose più belle e certamente non ho rimpianti.

Consiglierebbe ad uno studente la vita di Collegio?
Sì, io penso proprio di sì, credo sia molto meglio che vivere in appartamento.
Io ho vissuto un’esperienza indimenticabile.

Per concludere le chiediamo di dare un consiglio ai giovani studenti che stanno per iniziare un percorso di Studi Universitari.
- Sorride - I consigli che danno i vecchietti entrano da una parte ed escono dall’altra. Io sono abbastanza restio a darne, sono convinto che una persona debba costruirsi la propria esistenza da sè, però mi sento di dire che è molto importante fare le cose che piacciono: ci sono facoltà più semplici, facoltà più difficili, facoltà che aprono delle professioni, altre che sembrano destinate al massacro, ma, ripeto, la premessa per fare qualcosa nella vita credo sia di fare ciò ci che piace.
Se una persona fa le cose che ama, e le fa con passione, ma anche con fatica, non potrà che ottenere soddisfazioni. Per la nuova generazione in genere la fatica è un paradigma poco praticato, mentre costruire una professione costa, è faticoso. Quindi bisogna fare le cose che piacciono, ma impegnandosi, sapendo di dover faticare molto. Diventare competitivi, bravi; credo sia questa la prima condizione e poi, insomma, ogni periodo della vita è importante, ma gli anni della giovinezza sono gli anni in cui si costruisce la qualità della propria vita e quindi è importantissimo viverli con questa consapevolezza, mentre purtroppo è solo invecchiando che si capisce che il tempo ha una densità importante che da giovani non si coglie, quindi è inutile dirlo o dare dei consigli in questo senso.

15. E a coloro che sono all’ultimo anno e che a breve si affacceranno al mondo del lavoro, cosa suggerirebbe?
Io provo una grande tenerezza per i giovani di oggi, perché vivono un periodo che prevede un approccio al lavoro completamente diverso rispetto a quello della mia generazione: noi avevamo i binari tracciati, io sapevo che quando mi sarei laureato avrei avuto un certo numero di offerte di lavoro, che era lavoro buono, quindi a tempo indeterminato; adesso il paradigma è completamente cambiato, i giovani hanno davanti un mondo più complicato, la complessità del contesto è molto, molto diversa dalla nostra, è molto più articolata, e poi hanno un livello di incertezza maggiore. Tutto è più complesso e più incerto. E’ difficile, ed anche presuntuoso, dare consigli, io penso che i giovani stiano costruendo una cultura del lavoro capace di muoversi dentro questo mondo complicato che da poche certezze. Io credo quindi che sia importante avere un’ educazione che punta di più alla formazione di base, all’interdisciplinarietà, cioè alla flessibilità: per noi valeva il paradigma della specializzazione, se una persona sapeva fare una cosa e la sapeva fare bene, magari poteva viverci per tutta la vita, che è una noia mortale, intendiamoci, ma la pagnotta veniva portata a casa ed era anche abbondante; adesso, invece, i giovani devono essere molto più flessibili, avere tante interfacce, quindi una formazione specialistica oggi serve di meno, la si fa cammin facendo.
È cambiato tutto, con l’accelerazione che stanno subendo i processi, rispetto a 45 anni fa, quando mi sono laureato io, si può dire sia trascorsa un’epoca!
Però guardandomi intorno vedo delle belle persone, mi da fastidio sentire gente della mia età dire “ ai miei tempi..”: adesso non è che sia peggio, e mi riferisco alla qualità delle persone, ci sono, come intutte le epoche, persone capaci e non.
Ci sono persone straordinarie anche oggi.
Belle persone, dal punto di vista umano, intendo.
La vita è un’avventura, è un rischio, è un cammino, va presa per quello che è, noi avevamo molte più certezze, ora ce ne sono di meno, ma la vita si affronta con le carte che si hanno in mano.
Però ne vale la pena.

Alla fine la bisaccia è piena di un po’ di tutto, anche di dolori, fallimenti, di sconfitte, le regole del gioco sono queste. La cosa più importante è saper perdere, anche.
Vincere con stile è difficile.