Intervista al prof. UMBERTO ECO
Scrittore, filosofo, accademico, semiologo, linguista e bibliofilo italiano di fama internazionale. Professore emerito e Presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici dell'Università di Bologna, ospite del Collegio Einaudi dal 1950 - 1954.

Venerdì 14 novembre 2014 Umberto ha incontrato gli studenti, insieme al professor Luciano Canfora (ordinario di Filologia greca e latina dell'Università di Bari), nella Sezione Valentino del Collegio Einaudi in via Galliari. L'incontro rappresentava il seguito di una conferenza pubblica dal titolo "Il liceo italiano è un freno allo sviluppo? Classico ancora sotto processo" che si è svolta il giorno stesso in mattinata al Teatro Carignano.

Prima di leggere l'intervista, guarda il video in cui Eco ritorna in Collegio dopo 60 anni!

 

Professore, ci racconta come avveniva l’ammissione quando lei è entrato in Collegio?
Con un esame durissimo, praticamente la ripetizione dell'esame di maturità, con versione latina e greca, e poi un esame orale. Una grande sofferenza, specie se si considera che si dovevano dare altri esami del genere, tentando coi collegi universitari esistenti in Italia. Avevo dato anche un esame per il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, senza poi essere ammesso, ma avevo poi scoperto che (almeno all’epoca) era rimasto un Collegio solo virtuale, e si vinceva solo una borsa di 16.000 lire annue, che anche allora erano pochino. Un nostro compagno, bravissimo, aveva vinto sia al Collegio Universitario che al Carlo Alberto e, per consolarsi della pochezza della seconda vittoria, aveva fatto stampare dei biglietti da visita dove si diceva “Membro del Real Collegio Carlo Alberto”. Qualcuno li aveva trovati in camera sua, erano stati sequestrati e ridistribuiti nella caselle postali del C.U. con l’aggiunta “e coglione del C.U.”. Quel nostro amico è diventato poi importantissimo manager a livello internazionale, ma nel ricordo di tutti (e ogni volta che viene ancora nominato) è rimasto “il Membro”.

In quale sezione risiedeva?
In via Galliari, ero al primo piano, la prima porta dopo la svolta del corridoio, davanti alle docce.

Conosceva il Prof. Einaudi? Ci può raccontare qualcosa di lui?
Pochissimo, credo di averlo visto solo una o due volte. Chi dirigeva di fatto il Collegio era il suo assistente il dottor Fava.

Com’era Torino durante il suo periodo universitario?

Era la Torino di settecentomila abitanti, prima della grande immigrazione dal sud. Pacifica, forse un poco sonnacchiosa, ma dolcissima. Si facevano lunghe passeggiate sotto i portici discutendo di tutto, e a nessuno veniva in mente di andarsi a sedere in un bar perché non avevamo una lira, e se l’avevamo la riserbavamo per il cinema. O per i due concerti settimanali, quello della Rai e quello della Pro Cultura Femminile, mi pare. Poi si era scoperto che passando una lira al signor Alfonso, il capo claque del Carignano, fingendo di stringergli la mano, si entrava gratis a tutte le prime, e in quattro anni mi sono fatto una poderosa cultura teatrale, da Medea al Teatro dei Gobbi. Salvo che il Collegio chiudeva prima che si potesse tornare per tempo dal teatro (dopo di che rimanevi fuori e te ne andavi a dormire sulle panchine di piazza Carlo Felice), e ho visto tutti i grandi capolavori drammatici dell’umanità, meno gli ultimi cinque minuti. Ho a lungo ignorato cosa fosse accaduto a Edipo e ad Amleto.

Com’era la vita di Collegio, qual era la provenienza degli studenti?
Direi che c’era una parte che erano entrati per meriti partigiani, quindi molto più anziani di tutti gli altri, e ferocissimi con le matricole – ma erano anche quelli che facevano gli scherzi più divertenti. Poi in genere, come è ovvio, ragazzi di famiglie abbastanza modeste, molti che venivano dalla campagna, ma nessun figlio di latifondista. Per questo non avevamo una lira. La vera vita di Collegio cominciava di notte. Il Collegio chiudeva, e nessuno andava a dormire così presto perché era anzi bello studiare di notte. E allora ogni tanto, stanchi di studiare, si andava a bussare alla camera di un amico e lo si sfidava alla lotta libera. Oppure si “faceva” la camera a qualcuno mentre era via, smontandogliela sino all’ultima vite. O altre piacevolezze. Un clima apparentemente da caserma, ma nel contempo si facevano discussioni interminabili di filosofia, musica, letteratura, politica, e magari di teologia.

In che modo la vita di Collegio ha influenzato quella universitaria?
Anzitutto consiglierei la vita di Collegio a chiunque perché non ti limiti a conoscere quello che devi studiare nel tuo campo, ma scambi esperienze con ingegneri, medici, matematici e così via. Inoltre avere un posto al Collegio significa frequenza quotidiana alle lezioni. Poi è ovviamente una scuola di socializzazione. Infine, se si calcola che per entrare bisognava, a seconda delle borse, avere la media del ventisette o del trenta, avevi a che fare con amici tutti di un certo livello intellettuale, il che non è sfida da poco.

Cosa ricorda con maggior piacere degli anni passati in Collegio?
Tutto quello che ho detto prima, e dirò piuttosto cosa ricordo con maggior pena. Il tonno. Sia a pranzo che a cena chi arrivava entro una certa ora aveva, oltre agli spaghetti, bistecca alla milanese con contorno. Chi arrivava tardi aveva il tonno. Io arrivavo sempre tardi, perché prima accompagnavo a casa la mia ragazza, e per quattro anni ho mangiato tonno due volte al giorno e pertanto, ho calcolato, stando in Collegio dieci mesi all’anno, sei giorni alla settimana (rientravo a casa mia solo alla domenica), ho consumato 1.920 pasti a base di tonno. Mi ci sono voluti poi venti o trent’anni per riuscire di nuovo a mangiare tonno.

Cosa, invece, le è mancato di più?
A vent’anni non manca nulla.

Le amicizie nate in Collegio si sono protratte nel tempo e le sono state d’aiuto per la sua carriera professionale?
Per la carriera professionale no, altrimenti che amicizie erano?

Cosa ha provato quando ha lasciato il Collegio?
Nessuna nostalgia, perché c’era piuttosto l’eccitazione di una vita nuova. Non per nulla negli Stati Uniti il giorno in cui si distribuiscono i diplomi di laurea non si chiama giorno della fine, ma giorno dell’inizio, Commencement Day. Mi spiaceva però non disporre più di una camera-studio personale. Per fortuna ho trovato subito lavoro alla Rai di Milano e ho ricostruito un mio nido privato.

Consiglierebbe ad uno studente la vita di Collegio?
Sempre, e mi stupisce vedere oggi molti studenti, anche non ricchi, che preferiscono vivere in quattro con letti a castello nella stessa camera invece di concorrere a un Collegio, quando c’è. Forse hanno paura di perdere la loro libertà, non so. Debbo dire che il C.U aveva la caratteristica che, se uno voleva starci, ci stava e se voleva andarsene via, anche per tre mesi, nessuno gli diceva niente, purché a fine anno ottenesse la media richiesta.

Per concludere le chiediamo di dare un consiglio ai giovani studenti che stanno per iniziare un percorso di studi universitari.
Non chiedere mai consigli agli adulti, ma solo ai compagni più vecchi di un anno o due. Per questo serve la vita di Collegio!

E a coloro che sono all’ultimo anno e che a breve si affacceranno al mondo del lavoro, cosa suggerirebbe?
Di trovarlo, direbbe Berlusconi. Come se fosse facile. Ma noi eravamo una generazione privilegiata. Era da poco finita la guerra, su questo pianeta eravamo solo in due miliardi e c’erano appena stati cinquanta milioni di morti o giù di lì. La generazione precedente era stata decimata, tantissimi di quelli che avevano dieci anni più di noi, travolti dalla guerra, non ce l’avevano fatta a terminare gli studi, iniziava il boom economico, il mondo del lavoro era aperto davanti a noi con mille possibilità. Oggi è purtroppo diverso e l’unico consiglio che potrei dare è di essere nato negli anni trenta.